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Il CBAM è spesso raccontato come un nuovo adempimento normativo, ma la sua vera complessità è organizzativa: riguarda dati, processi e relazioni con i fornitori extra UE. Per gli importatori, il punto critico non è solo capire se una merce rientra nel perimetro CBAM, ma costruire un sistema che consenta di raccogliere in modo affidabile le informazioni sulle emissioni incorporate lungo la filiera, aggiornarle e utilizzarle per le dichiarazioni annuali.
Il primo passo operativo è la mappatura delle importazioni 2025–2026. Questo significa collegare codici doganali, paesi di origine, fornitori e volumi, per identificare quali prodotti rientrano nei settori CBAM e con quali quantità. Senza questa mappa, è impossibile sapere se l’impresa supera o meno la soglia di 50 tonnellate annue e, quindi, quali obblighi scatteranno dal 2026 in poi.
Una volta definito il perimetro, l’attenzione si sposta sui fornitori extra UE. Sono loro che producono le emissioni incorporate nelle merci, e sono loro la fonte primaria dei dati necessari a calcolare queste emissioni. Gli importatori devono negoziare con i fornitori la trasmissione regolare di dati emissivi o dei dati di attività su cui si basano i calcoli. Questo implica spesso rivedere contratti, SLA e processi di qualifica, introducendo clausole specifiche sul CBAM e sulle informazioni ambientali.
Quando i dati primari non sono disponibili, la normativa consente l’uso di valori di default o metodi semplificati. Tuttavia, questa scelta può comportare penalizzazioni: valori standard più conservativi possono tradursi in stime di emissioni più alte e quindi in un maggior fabbisogno di certificati CBAM. Dal punto di vista economico, lavorare per ottenere dati più accurati dai fornitori significa anche avere un maggiore controllo sui costi.
Per gestire questo quadro, ogni impresa ha bisogno di una procedura interna CBAM. Non si tratta di un documento formale da archiviare, ma di un processo condiviso tra acquisti, logistica, amministrazione, HSE e sustainability. La procedura deve definire chi fa cosa, quali dati vengono raccolti, con quali frequenze, come vengono verificati, dove vengono archiviati e come vengono utilizzati per le dichiarazioni annuali e per le simulazioni economiche.
La proposta operativa di Fòrema e di Confindustria Veneto Est prevede un forte investimento sul training on the job: incontri periodici in cui il team specialist lavora insieme alle funzioni aziendali sui dati reali dell’impresa, mappa le criticità, definisce flussi informativi e costruisce passo dopo passo la procedura interna CBAM. L’obiettivo è evitare modelli teorici difficili da applicare e costruire invece strumenti aderenti alla realtà aziendale.
Un elemento distintivo del servizio è l’aggiornamento dinamico dei dati di importazione. Piuttosto che concentrare tutto lo sforzo alla fine dell’anno, il percorso prevede incontri mensili per la raccolta e il controllo dei dati, la verifica dell’allineamento con i fornitori e l’integrazione degli aggiornamenti normativi. In questo modo, alla scadenza della dichiarazione annuale, l’azienda dispone già di un set informativo strutturato e verificato.
Per molte organizzazioni, il CBAM può diventare anche un’opportunità per rafforzare il governo dei dati di supply chain e per integrare in modo più deciso la dimensione ambientale nelle scelte di approvvigionamento. Aziende che sapranno lavorare con fornitori più trasparenti e meno emissivi potranno, nel medio periodo, beneficiare di un vantaggio competitivo rispetto a chi subirà il costo dei certificati senza poterlo gestire.
Per costruire un processo interno robusto, il primo passo è avere un quadro chiaro di obblighi, dati e ruoli. Contatta la nostra specialist Maria Angiulli (cbam@forema.it) oppure scarica la Guida pratica al CBAM 2026 e usa gli schemi in essa contenuti come base per il lavoro con il tuo team.