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Il primo vero “conto” del CBAM arriverà nel 2027, quando le imprese dovranno presentare la dichiarazione annuale relativa alle importazioni 2026 e restituire i certificati CBAM corrispondenti alle emissioni incorporate. Tuttavia, aspettare il 2027 per occuparsi del tema significa gestire un impatto economico a valle, quando i margini sono già erosi. Per CFO e direttori generali, la sfida è spostare la valutazione a monte, integrando il CBAM in budget, forecast e strategie di acquisto.
L’impatto economico del CBAM dipende da quattro variabili principali. La prima sono i volumi di merci CBAM importate: più si importa, maggiore è il numero di certificati da acquistare e restituire. La seconda è l’intensità emissiva dei prodotti: merci con processi produttivi ad alta emissione avranno un costo del carbonio più elevato. La terza variabile è il prezzo dei certificati CBAM, legato al mercato EU ETS e quindi soggetto a dinamiche di volatilità. Infine, contano le politiche climatiche nei paesi di origine: se esistono già sistemi di carbon pricing, il CBAM può essere parzialmente compensato.
Queste variabili si traducono in un potenziale aumento del costo di approvvigionamento che deve essere gestito attraverso una combinazione di leve: rinegoziazione dei contratti di fornitura, revisione dei listini verso i clienti, ottimizzazione della supply chain e, dove possibile, scelta di fornitori con profili emissivi più favorevoli. Il CBAM, in altre parole, non è solo un costo, ma un elemento che può guidare scelte strategiche sulla filiera.
Per poter agire in modo proattivo, è necessario passare dalla logica del “vediamo cosa succede” a quella del “simuliamo cosa può accadere”. Questo significa utilizzare i dati di importazione 2025–2026 per costruire scenari: quanto costerebbe, in termini di certificati, mantenere l’attuale parco fornitori? Che differenza farebbe spostare parte degli acquisti verso fornitori meno emissivi? Qual è l’effetto di diverse ipotesi di prezzo del carbonio sui margini di prodotto?
Il servizio CBAM 2026 di Fòrema è progettato proprio per unire la dimensione tecnica a quella economica. Attraverso un percorso di consulenza annuale, il team specialist supporta le imprese nell’analisi dei dati di importazione, nella stima dell’impatto economico delle emissioni 2026 sul 2027 e nella definizione di possibili strategie di mitigazione. Non si tratta solo di “fare la dichiarazione”, ma di dare a CFO e DG strumenti per decidere.
Portare il CBAM all’interno dei comitati rischi e dei board significa riconoscere che questo meccanismo non è un adempimento isolato, ma una variabile strutturale che incide sulla competitività. Banche, investitori e clienti stanno iniziando a chiedere informazioni sempre più dettagliate sulle emissioni di filiera e sui presidi di compliance ambientale; il CBAM diventerà uno dei tasselli di questo mosaico.
Chi inizierà ora a costruire simulazioni e scenari sull’impatto CBAM potrà trasformare un vincolo in un elemento di vantaggio: sarà in grado di negoziare meglio con i fornitori, spiegare con trasparenza ai clienti le dinamiche di prezzo, dialogare con il sistema finanziario su basi dati solide. Al contrario, chi rimanderà rischia di dover inseguire il problema a posteriori, con margini di manovra molto ridotti.
Contatta la nostra specialist Maria Angiulli cbam@forema.it
Oppure, per avere uno schema chiaro delle variabili economiche in gioco e degli approcci possibili, scarica la Guida pratica al CBAM 2026 e condividila con il tuo CFO e con il comitato rischi.