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La revisione degli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) cambia significativamente il quadro europeo della rendicontazione di sostenibilità e introduce importanti novità per le imprese chiamate a confrontarsi con CSRD, ESG e bilancio di sostenibilità.
La direzione intrapresa dall'Unione europea è chiara: semplificare il reporting ESG e ridurre gli oneri amministrativi, mantenendo allo stesso tempo la qualità e l'utilità delle informazioni sulla sostenibilità.
I nuovi standard ESRS riducono di oltre il 60% i datapoint obbligatori e di oltre il 70% quelli complessivi.
Un intervento significativo, che punta a rendere la rendicontazione ESG più proporzionata e gestibile per le organizzazioni interessate dalla normativa ESG europea.
Si restringe anche il perimetro delle imprese direttamente coinvolte dalla CSRD: l'obbligo si concentra sulle aziende con oltre 1.000 dipendenti e più di 450 milioni di euro di fatturato netto annuo.
La disciplina interessa inoltre le imprese extra-UE che realizzano oltre 450 milioni di euro di fatturato nell'Unione europea, in presenza degli ulteriori requisiti previsti dalla normativa per controllate o succursali europee.
La riduzione degli adempimenti non deve però essere confusa con una minore rilevanza della sostenibilità aziendale.
Al centro degli ESRS rimangono temi fondamentali come doppia materialità, impatti, rischi ESG, opportunità, governance, cambiamento climatico e catena del valore.
La doppia materialità, in particolare, continua a rappresentare uno dei principi fondamentali della rendicontazione europea: l'impresa è chiamata a considerare sia gli impatti delle proprie attività sulle persone e sull'ambiente, sia i rischi e le opportunità legati alla sostenibilità che possono influenzarne attività, risultati e prospettive.
È proprio la supply chain a rendere il tema rilevante anche per molte PMI che non rientrano direttamente nel perimetro obbligatorio della CSRD.
Le imprese inserite nella catena del valore di grandi organizzazioni possono infatti continuare a confrontarsi con richieste di informazioni relative, ad esempio, a emissioni, consumi energetici, condizioni di lavoro, politiche ambientali, governance e altri indicatori ESG.
Il nuovo quadro europeo introduce però un principio importante di proporzionalità: le richieste rivolte alle imprese della catena del valore non soggette alla CSRD vengono limitate attraverso un riferimento comune alla rendicontazione volontaria.
Anche banche, investitori, clienti e altri stakeholder continueranno a utilizzare le informazioni ESG per comprendere rischi, impatti e caratteristiche delle organizzazioni con cui operano.
Meno reporting non significa quindi necessariamente meno ESG.
Per le imprese la sfida diventa piuttosto capire quali informazioni siano davvero utili e come trasformare i dati di sostenibilità in strumenti a supporto delle decisioni.
Misurare consumi ed emissioni, conoscere i rischi della propria supply chain, valutare gli impatti ambientali e sociali e integrare questi elementi nella governance può contribuire non soltanto alla compliance, ma anche alla capacità dell'organizzazione di anticipare rischi e richieste del mercato.
La semplificazione degli ESRS 2026 può quindi rappresentare un cambio di prospettiva: portare la sostenibilità dal terreno del puro adempimento a quello della gestione d'impresa, della strategia e della competitività.