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La vita ai tempi del Covid-19

Una tragedia. Ovunque, in Veneto, in Italia, nel mondo, dalla Cina all’India, dall’Africa al mostro tecnologico Stati Uniti, nessuno escluso, hanno combattuto e continuano a combattere contro un nemico invisibile, subdolo che, nel giro di qualche mese, è riuscito a distruggere quasi completamente vite, sistemi produttivi e finanziari, a disgregare legami sociali e affettivi, a cancellare certezze e progetti, lasciando spazio a un futuro complesso, incerto, volatile, ambiguo. Qualche dato? In maggio la produzione industriale italiana è diminuita del 33,8% rispetto a un anno prima, dopo il -44% rilevato in aprile. Nella media degli ultimi tre mesi, cioè da quando sono state introdotte le misure di contenimento del Covid-19, il livello della produzione è risultata inferiore del 34% rispetto a febbraio. Com’era nelle attese, la fine del lockdown, e quindi la riapertura delle attività manifatturiere che erano ancora sospese, si è tradotta in una lenta ripartenza dell’industria, ancora soffocata da una domanda, interna ed estera, estremamente debole. Gli ordini sono diminuiti, in volume, del 51,6% annuo in maggio e del 29,6% in aprile. Dopo il crollo del Pil nel primo trimestre di quest’anno del 4,7%, si va ora verso un calo del 5% anche nel secondo semestre, il dato peggiore dal dopoguerra ad oggi. A quasi due mesi da quel maledetto 23 febbraio in cui tutto è iniziato per l’Italia, la perdita dei posti di lavoro dipendente nella sola Regione del Veneto è arrivata a circa 80mila unità, tra mancate assunzioni e diminuzione effettiva delle posizioni lavorative. 

“Stiamo parlando di quasi il 4% dell’occupazione dipendente complessiva”, dice Enrico Del Sole, Vicepresidente di Assindustria Veneto Centro con delega all’Innovazione e ai rapporti con l’Università, “una media di quasi 6mila posti di lavoro persi ogni settimana. Il mantra di questo momento è che bisogna far ripartire al più presto tutte le fabbriche, le scuole, riavviare le attività turistiche, insomma s’invoca una pseudo normalità che, di fatto, sarà molto diversa da quella di prima. Lottiamo contro un nemico invisibile che si nasconde astutamente in individui apparentemente sani, i cosiddetti asintomatici positivi, muta continuamente, e che stiamo affrontando con la sensazione di avere armi spuntate. Tutti i più autorevoli scienziati continuano a ripeterci che un paio di mesi di chiusura non sono sufficienti a contrastare un nemico subdolo, insidioso, un abile professionista nel sopprimere e deviare la nostra risposta immunitaria. La riapertura è sicuramente un salto nel buio, non possiamo ancora sapere come andrà, se riusciremo a contenere il contagio, se assisteremo al ritorno di focolai d’infezione, se riusciremo a tenere aperte fabbriche, negozi, stabilimenti, alberghi o dovremo assistere a un logorante e continuo apri-chiudi che porterà ancora più danni rispetto al lock-down appena passato.”

Ma non si può fare altrimenti. Il rischio è troppo alto, e lo scotto da pagare potrebbe voler dire distruggere completamente un tessuto produttivo frutto dell’impegno di tante generazioni, che con fatica hanno portato il Paese a diventare il secondo manifatturiero in Europa, e il quinto più visitato al mondo.

“In questi mesi qualche miracolo è avvenuto, almeno nella nostra Regione”, continua Enrico Del Sole, “la popolazione ha compreso la gravità della situazione, le istituzioni, a iniziare dal Governatore Zaia, hanno comunicato in modo chiaro ai cittadini i rischi che si sarebbero potuti correre, gli scienziati dell’Università di Padova e la sua grande scuola di medicina fin da subito si sono impegnati in uno sforzo comune per contrastare la pandemia. Abbiamo avuto la fortuna di risiedere in una Regione che ha fondato il suo sistema sanitario sulla medicina di territorio, fortemente raccordata con gli Atenei, che ha messo in atto immediatamente un “Piano Epidemia Covid 19” allo scopo d’interrompere la circolazione del virus”. 

E’ ormai un assunto consolidato nella comunità scientifica che andrebbe individuato ogni asintomatico positivo e sintomatico lieve, nel più breve tempo possibile. Gli 876.915 tamponi fatti ad oggi dalla Regione, l‘istituzione della prima zona rossa a Vò Euganeo, la chiusura immediata il 22 febbraio dell’Ospedale di Schiavonia, con oltre 200 tra medici e pazienti presenti, hanno dimostrato oggi che la strada percorsa era quella giusta ma che adesso si deve andare fino in fondo, tampone dopo tampone, per garantire la salute di tutta la comunità. Ciò che è avvenuto in questi mesi è stato davvero notevole, e testimonia la grandezza dei nostri cittadini. Il rispetto del lock-down è stato rigorosamente osservato: i numeri delle multe per il traffico urbano, precipitate in tutte le province venete da decine di migliaia al giorno a poche unità, ne sono la prova. E la disciplina con cui è stata accettata la chiusura delle filiere produttive testimonia anche la serietà degli imprenditori. L’elaborazione del Piano Fabbriche Sicure, un Protocollo di raccomandazioni scientifiche fatto predisporre da Confindustria Veneto all’Università di Padova, per definire le best practice a tutela della salute dei lavoratori, dimostra ancora una volta quanto la salute pubblica resti al primo posto per tutti gli imprenditori veneti, consapevoli che il capitale umano sia una risorsa strategica, un talento, un patrimonio irreplicabile di competenze ed esperienze da tutelare. 

“Dalla fine del febbraio scorso, purtroppo”, continua Matteo Sinigaglia, Direttore Generale di Fòrema, società di Formazione di Assindustria Veneto Centro, “il sistema regionale della formazione ha subito un inevitabile, progressivo arresto da parte degli enti finanziatori (Regione Veneto, Fondi interprofessionali), dovuto all’aggravarsi della situazione e alla mole dei decreti e delle relative interpretazioni. In realtà, non c’è stato un vero e proprio blocco formale totale ma uno stop frammentato per tipologie di attività e metodologie (aula, coaching, training on the job, tirocini, ecc.), per target (studenti, giovani, apprendisti, personale aziendale, ecc.), per fonte di finanziamento (Garanzia Giovani, FSE, Fondimpresa, Fondirigenti), e questo ha moltiplicato l’incertezza nei destinatari delle attività e nei decisori aziendali, impegnati nel rivedere i diversi processi organizzativi, la compliance, lo stop produttivo, la gestione delle risorse e l’attivazione di gruppi di lavoro in smart working. Adesso le diverse attività formative si stanno un po’ alla volta riprendendo, e anche Fòrema sta tornando alla normalità, dopo aver comunque avviato -dai primi di marzo a fine maggio- 60 webinar completamente gratuiti, che hanno coinvolto oltre 5.000 persone e che ora, opportunamente rielaborati, andranno a far parte di una raccolta di video-lezioni disponibili a tutti e a costo zero. Riceviamo quotidianamente, da altre società, richieste di assistenza e supporto per ripartire, visto che Fòrema è stata la prima in Veneto a riaprire. E questo direi che è un gran bel riconoscimento per tutta la nostra struttura, pronta ad attivare, appena scattato il lockdown, tutti i canali digitali di e-learning e webinar per soddisfare una domanda non mai del tutto sopita, e oggi impegnata ad implementare la nostra piattaforma con ulteriori contenuti, adeguati all’attuale situazione emergenziale. In particolare, in questo momento, registriamo una continua richiesta di corsi in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, utilizzo delle tecnologie digitali per abilitare lo smart working, approfondimenti sulle relative normative e sulle implicazioni di carattere sindacale. Abbiamo riscontrato notevole consenso sui contenuti proposti, un interesse che ha contribuito anche a superare la diffidenza verso le nuove tecnologie, ancora piuttosto radicata nelle imprese di minori dimensioni. Un unico rammarico, l’impossibilità da parte delle aziende, ma anche degli stessi dipendenti, di poter utilizzare le ore trascorse in lock-down per continuare a formarsi. Una deroga contrattuale in questo senso, considerata la situazione, sarebbe stata davvero auspicabile.”

Ma la battaglia è ancora dura, e nessuno può sapere cosa ci aspetterà nei prossimi mesi. Sun Tzu nella sua Arte della guerra diceva “se conosci te stesso e il nemico, la tua vittoria e sicura”. Ecco, quindi, il ruolo strategico della ricerca scientifica. Nei mesi appena passati sono stati attivati progetti d’importanza mondiale, sostenuti da Azienda Zero, la Governance della sanità veneta, in collaborazione con i principali centri di ricerca universitari, che in questa occasione sono riusciti a  creare un asse compatto, collaborativo e inclusivo.

Medici e ricercatori, operatori e tecnici, specializzandi, infermieri professionali si sono candidati ad eseguire tutti i nuovi test, diventando i protagonisti di una mobilitazione che ha investito molti segmenti della società, Confindustria e le sue territoriali, in primis Assindustria Veneto Centro e Confindustria Vicenza, che con le Camere di Commercio e la Fondazione Cariparo, hanno assicurato un  grande sostegno finanziario, per comprendere se un eventuale vaccino avrebbe potuto essere utile a contrastare un ritorno della pandemia. E’ l’ora della scienza, insomma. Dal 24 Aprile è ripartita l’indagine a Vò Euganeo, quel piccolo paesino dei Colli Euganei ormai famoso nel mondo, che alla comparsa dei primi due casi di Covid-19 era stato isolato sottoponendo l’intera popolazione al tampone, così da proteggere gli altri territori da un potenziale devastante contagio. Il nuovo progetto, dal costo di oltre 2 milioni di euro, diretto e voluto dal Prof. Andrea Crisanti, ha previsto tamponi e mappatura genetica di tutti gli abitanti per chiarire le diverse dinamiche di trasmissione dell’infezione, la risposta dell’organismo al contagio, validare i test seriologici e l’utilità stessa di un vaccino. “In ballo ci sono risposte cruciali per sconfiggere la pandemia”, afferma Stefano Merigliano, Direttore della Scuola di Medicina dell’Università di Padova, “dalle caratteristiche strutturali del virus ai suoi comportamenti nel passare da un ospite all’altro, fino alla tipologia delle reazioni immunitarie. Le risposte anticorporali ritardate inducono infatti diversi scienziati a dubitare dell’efficacia di un eventuale vaccino e a suggerire di rivolgere invece gli sforzi più sul versante farmacologico della cura.”

Proprio su questo fronte il VIMM, l’Istituto Veneto di Medicina Molecolare di Padova, condotto da Francesco Pagano, ha aperto concrete e immediate prospettive nella cura dei pazienti di Covid-19. A guidare il team dei ricercatori è Andrea Alimondi, ordinario di farmacologia nell’Ateneo patavino, che ha verificato come su 1530 pazienti con cancro alla prostata trattati con una terapia anti androgena, nessuno si fosse ammalato di coronavirus. Questo spiegherebbe la ragione per cui gli uomini sopra i 40 anni siano risultati i maggiormente colpiti dal Covid-19, l’età in cui ha inizio l’ipertrofia della prostata, e la conseguente efficacia del farmaco nella cura del virus.

Insomma, a uscire sconfitta da questa crisi pare, alla fine, l’utopia della globalizzazione, indicata da sempre come strada maestra, destinata a distruggere lo spazio e a polverizzare le distanze, ma che da questo momento potrebbe portare via con sé il tradizionale modello economico, fatto di filiere produttive, ormai forse obsoleto. Soltanto la tecnologia, vera anima del processo globalizzante, pare restare salda. Probabilmente la ricerca, la formazione e la digitalizzazione saranno le uniche a poter dettare le nuove leggi della ripresa economica dopo che il virus sarà sconfitto, e una riflessione profonda su come riorganizzare un sistema produttivo che non esiste più, alla luce di quanto sta accadendo, andrebbe senz’altro fatta.

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